bio


Radici… si fa per dire

Sono nato a Torino nel 1946. Il 24 marzo, ariete, alle 10 del mattino. 
Ho un fratello pure lui nato in marzo, pesci, nel 1940.

La mia mamma non ha mai mancato di dire che mi avrebbe voluto prima, ma c'era la guerra e, saggiamente, mio padre rimandava di anno in anno. 
Insomma, sono arrivato in ritardo, tante volte ho “rimandato a domani quello che posso fare oggi” ed ho impiegato qualche decennio a capire il valore della puntualità. 
La mia mamma adorava la modernità che, tra l'altro, definiva nell'elogio dell’allattamento artificiale nonché dell’abituare il poppante a passare subito da cinque a tre pasti al giorno: insomma ad abituarsi a mangiare non quando gli veniva fame ma alle ore in cui aveva fame sua madre.
Ho impiegato qualche decennio a capire l'importanza del nutrirsi quando si ha fame. Per dirla tutta, la mamma non ha mai mancato di affermare che dopo sei anni di attesa avrebbe preferito la nascita di una bambina... Inutile dire che ho impiegato qualche decennio a…

 

Gli anni ‘50. Lo sport.

Ho avuto un'infanzia felice e piena di bei ricordi.

In inverno le scivolate sulla slitta al Parco del Valentino: in quegli anni  nevicava moltissimo a Torino. In estate le scorribande in bicicletta sulle colline torinesi e tutto l'anno nuoto, anche agonistico, in piscina.

Il prozio Guido mi portò qualche volta a vedere l'ultimo quarto d'ora delle partite del Toro allo stadio. 
Non appena ebbi l'età della ragione, venni a conoscenza di quella tragedia avvenuta nel maggio del ‘49, quando avevo tre anni: l'incidente aereo in cui perì al completo la squadra di calcio del Grande Torino. Appresi anche che a Torino c'erano due squadre rivali… 
Da quel momento sono un accanito tifoso del Toro, alquanto incompetente in materia calcistica. In quel momento nacque anche la mia scelta di compassione per i perdenti e le vittime di sofferenza. Quando anni dopo, all'università, studiavo il cinema del neorealismo con il professor Aristarco, mi appassionai alla teoria del perdente vincitore.

A confermarmi nella mia scelta sarebbe arrivata nel ‘67 un'altra tragedia che coinvolse il Toro con la morte del giovane calciatore, bravissimo e anticonformista, Gigi Meroni. Asso e goleador del Torino insieme a Combin che vedevo spesso perché abitava a due passi da casa.

 

Gli anni ’60. Studio e lavoro.

Furono gli anni della scuola, che ho attraversato senza infamia e senza lode ma con una predisposizione al litigio con le professoresse di lettere. In terza media mi fu assegnato un tema (invero molto originale ): Cosa farai da grande?… Ancora  risuonano alle mie orecchie le risate della prof a commento pubblico del mio elaborato in cui avevo scritto di voler fare il giornalista. Bene o male arrivai al diploma e poi alla laurea in Economia in pieno ‘68. Successivamente, nei primi anni ‘70, non pago di esercizi masochistici, presi anche una laurea in Lettere, pretesto per studiare cinema e scrivere una tesi sull’eros nel cinema contemporaneo. Ma intanto, già dal 1969, avevo cominciato a lavorare come insegnante, prima di matematica poi di economia, attività che esercitai fino al 1979.

Erano anni in cui non si vedeva l'ora di essere indipendenti dalla famiglia e, siccome la nomina di insegnante arrivò ad Ivrea, andai a vivere in quella città. Fu un periodo indimenticabile di amicizia con Enzo Bianchi e di intensa frequentazione del nascente Monastero di Bose, che ospitava allora i primi sei fratelli. Con Enzo, compagno di studi alla Facoltà di Economia, benché già allora fine esegeta biblico, dividevo soprattutto le sgroppate a Torino per vedere dei film, discussioni politiche e il ritrovarsi per strada durante gli scontri di Corso Traiano del '69. C’ero anch’io: ma che fifa… Da Enzo, il monaco di Bose, imparai l’importanza del mangiare bene, emancipandomi dalle tradizioni di famiglia. Fu un tempo di viaggi: con la piccola cinquecento (quella con motore posteriore e raffreddata ad aria) si facevano itinerari favolosi: Ginevra, Parigi, Londra e poi, d’estate, il Mediterraneo in Spagna o in Jugoslavia.

 

Gli anni ’70. La passione per il cinema.

L’insegnamento mi lasciava i pomeriggi liberi e, in groppa alla mia cinquecento, mi capitò spesso di correre a Torino non solo per qualche lezione universitaria ma anche per passare da una sala all'altra e vedermi anche tre film alla volta. Una sera davanti a un bicchiere vino un amico, Renato, mi disse - Tu! Potresti fare del cinema! -. Io non ci avevo mai pensato. 
La seconda metà degli anni 70 fu così quella in cui alimentai la passione nascosta: mi comprai una favolosa NIZO super otto, fondai con qualche amico il collettivo Cinemazione e, ad Ivrea, la compagnia Il teatro volante (omaggio a Majakovskij). Furono anni di grandi sperimentazioni nella Torino della Giunta rossa guidata da Diego Novelli: lavorai per gruppi storici come il Teatro dell’Angolo ed Assemblea Teatro. Con il Super 8, insieme a Virginio Pevato e Paolo Menzio, mi dedicai a progetti di creazione cinematografica con i bambini delle scuole medie ed anche con lavoratori delle ”150 ore”. Da quell’esperienza e da una serie di Super 8 realizzati con i bambini (alcuni dei quali furono anche trasmessi dalla Rai nazionale) nacque il libro Il bambino con la Macchina da presa (Feltrinelli, Milano 1978), firmato insieme a Pevato. Per alcuni anni collaborai anche ad alcune riviste di critica cinematografica e teatrale quali Cinema Nuovo (diretta da Guido Aristarco), Cinema e Cinema (diretta da Lorenzo Pellizzari), Scena (diretta da Antonio Attisani). 

Nel ‘77 e ‘78 riuscii a convincere le autorità scolastiche che certe attività teatrali, da farsi nel pomeriggio, avevano una funzione didattica anche ai fini dell'insegnamento di una materia economica come quella di mia pertinenza. Considerato anche che erano tempi in cui il clima tra insegnanti e allievi era idilliaco, da quelle impegnative ore di lavoro con gli allievi scaturirono vari lavori di animazione teatrale, in particolare uno: lo spettacolo di piazza di grande successo: Come la mugnaia uccise il tiranno, rivisitazione della leggenda all’origine dello storico carnevale di Ivrea.

 

Il 1979. Il punto di svolta professionale.

Nei primi anni ’80, i bilanci della RAI cominciarono a ridursi ed allora, nel 1982, con un gruppo di amici, fondai la Cooperativa Grandangolo, con la quale producemmo alcuni documentari indipendenti. 

Diedi le dimissioni dall’insegnamento, anche perché fu l’anno della nascita della terza rete Rai, con le sedi regionali autonome. Grazie ai miei film super 8, mi fu affidata, da Cesare Dapino, Direttore dei programmi della Sede regionale del Piemonte, la realizzazione di una decina di documentari tra i il ‘79 e l’82. 

Il principale fu Felicità ad oltranza (52 min. anno 1982), che trova la sua origine in alcune mie attività e interessi precedenti. Per affinità elettiva mi ero avvicinato al mondo della follia e frequentavo assiduamente ogni sorta di terapeuti del disagio psichico.

Nel settembre del ‘77, due viaggi notturni in treno mi portarono a passare un’intera giornata di incontri e dibattiti con Basaglia nel Manicomio di Trieste, appena “aperto”. In quell’occasione conobbi David Cooper considerato, insieme a Ronald Laing, il “padre” della mitica antipsichiatria ed autore de “La morte della famiglia”. A seguito di quegli eventi cercai un finanziamento per la realizzazione di un film in una comunità di cura del disagio psichico, strutture sperimentali e innovative allestite in applicazione della Legge di riforma voluta da Basaglia. 

Nel 1981 cominciai a frequentare una “comunità alloggio” di Torino, girando ore di nastri video con gli utenti come protagonisti.

  

L’anno seguente, in una settimana di riprese, girai il film in 16mm con una equipe di tre persone. 

A fine agosto, ritirata a Cinecittà la bobina della copia n° 0, presi il primo treno per Venezia dove il film, in extremis, fu accettato fuori programma, dopo un colloquio a tu per tu con l’allora direttore, il compianto Carlo Lizzani, ed una visione improvvisata a cui assistette Enrico Magrelli… Altri tempi! 

In novembre il film passò al festival Cinema Giovani di Torino (ora TFF), alla sua prima edizione, e nel febbraio ‘83 passò al festival di Berlino e poi ancora a Figuera da Foz in Portogallo.

David Cooper lo vide qualche anno dopo in una proiezione al Musée de l’Homme di Parigi, poco prima della sua prematura morte, e mi fece il regalo di tre pagine di commento al film scritte di suo pugno.

Il mio battesimo professionale era avvenuto.

  

Il biglietto per il treno di notte Torino-Roma costava allora 30.000 lire ed io divenni un habitué di quella linea.

 


Arrivavo al mattino e bussavo alla porta di Gian Vittorio Baldi. Un maestro, conosciuto nel ‘75 ad Albenga per la proiezione dal suo film “L’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale”. Come mi fece più tardi notare l'amico Pierluigi Raffaelli arrivavo da Torino con alcune paginette in una cartellina… e pretendevo di realizzare la mia opera prima.

Ebbi molta fortuna, cominciai a frequentare i corridoi del Ministero del Turismo e Spettacolo, esercizio che non avrei mai considerato molto eccitante, ma che tuttavia mi consentì di ottenere il mitico “articolo 28” e di realizzare il primo lungometraggio il cui soggetto era ambientato, inutile dire, durante il Carnevale di Ivrea

Scrivere una storia sul carnevale di Ivrea, a cui avevo già dedicato dei lavori in super 8, non fu un esercizio intellettuale ma il logico sbocco di qualcosa che toccava profondamente la mia vita nella sua visione dionisiaca. Il film che doveva intitolarsi “Sembra amore una sosta” (da un verso di Brecht) uscì nell’autunno 1984 col titolo Una donna allo specchioIl produttore  Enzo Gallo, mi tirò per la giacchetta verso una zona che non era tanto la mia, ma fu lui a trovare il budget… sia pure low budget. Fu lui a scritturare Stefania Sandrelli, fresca del successo de La chiave del maestro Tinto Brass. Al cachet della Sandrelli pensò Gallo, ma a convincerla ad accettare il ruolo fui io grazie, come disse lei in un'intervista, ai miei  "occhi di gatto".

Il very low budget condizionò un po' la lavorazione, ma devo dire che Gallo mi mise a disposizione grandi professionisti tra cui il direttore di fotografia Claudio Cirillo (indimenticabili alcuni suoi film di Scola tipo “C'eravamo tanto amati”), ed affidò le musiche a Gino Paoli che compose espressamente per il film la canzone evergreen "Una lunga storia d'amore”.

La critica fu mediamente severa con me, con l'eccezione del compianto Stefano Reggiani su La Stampa. 

Non c'è dubbio che il genere erotico della storia da me scritta (con l'apporto dell'amico sceneggiatore Fabio Carlini, nella sua stesura finale) poteva essere oggettivamente visto come un'operazione un po' paracula, ma era nato in tutt’altro modo: lungo la strada accidentata della realizzazione cinematografica, capita di sbagliare qualche curva… 

Altri mi aspettavano al varco dicendo: “Ma come? Un intellettuale che avevamo apprezzato per il sensibile documentario sulla follia... alle prese con un film erotico?”. 

Però, ebbi l’impressione che la cosa meno perdonabile fosse il fatto che questo film, di un esordiente italiano, fece al botteghino 5 miliardi di lire d'incasso (circa 1 milione di spettatori). Andò molto bene a Enzo Gallo, un po' meno a me e alle mie velleità autoriali. 


Si sa: è sempre difficile fare il secondo film ma dopo quel successo... ancora di più. Credo comunque di poter dire che, oggi, un simile esordio con grande incasso sarebbe "perdonato" più facilmente.


Dopo il 1984 cominciò così una mia “traversata del deserto”.

Feci qualche documentario. Nel 1986 fondai una casa di produzione: la Dream Film che, bene o male, è rimasta attiva fino ad oggi.

Cercavo di fare il mio secondo film “italiano”: “99 Notti”, da una sceneggiatura ispirata a un racconto breve di Roland Barthes, da “Frammenti di un discorso amoroso”. 

Continuavo a prendere il treno di notte per Roma, ma il prezzo del biglietto aumentava continuamente… Una sera amici romani mi portarono in una caffetteria turca, con annessa lettura dei fondi di caffè e fu una svolta! La sentenza diceva che se non fossi riuscito a realizzare un'opera rapidamente, avrei fatto bene ad andare lontano, forse oltremare. 

Per tutti gli anni ‘80 avevo già cominciato a frequentare sempre più spesso la 

Francia (viaggi diurni e veloci con il TGV!) dove presi casa e residenza ufficiale nel 1989.

 

Gli anni ‘90. La mia carriera in Francia ed oltremare.

Della Francia non fu difficile apprezzare certe qualità, come il regime salariale degli artisti, con l'indennità tra un lavoro e l'altro prevista anche per i registi.

In Francia non devi dimostrare ad ogni passo di meritare il titolo di cittadino, come devi fare in Italia, talvolta con faticose acrobazie. Lo scoprii per esempio alla mia prima dichiarazione dei redditi: già il modulo, recapitato a casa, era di sole quattro pagine facili da riempire, ma incombeva la scadenza, mancava un sol giorno alla consegna. Sul modulo c'era un numero di telefono, lo composi e una voce gentile mi rassicurò: non dovevo preoccuparmi di dimostrare di essere arrivato in tempo, niente raccomandate, niente file negli uffici… invio per posta normale.
- E se non arriva entro domani? - obiettai. - Qual è il problema ? Arriverà il giorno dopo - mi fu risposto - non si preoccupi, c'è tolleranza in questo ufficio -.

Dalla Francia mi fu più facile attuare i consigli dei fondi di caffè: la spinta verso popoli lontani. Vivere nella metropoli parigina fu all'origine di innumerevoli incontri con persone di popoli lontani e diversi.

Sperimentai che altre culture danno soluzioni diverse alle cose della vita. Constatai che la bellezza, a differenza del reddito, è distribuita equamente nel mondo e nelle terre. Poveri ma belli i miei amici africani…


Ma prima di partire per l’Africa andai a chiedere consigli a Jean Rouch... 

Lo avevo conosciuto all'Aquila nel 1983, in occasione di un convegno di cinema in cui fu anche proiettato Felicità ad oltranza

Sentii subito un intenso legame con lui, e contemporaneamente un mal d'Africa preventivo, quando nel dibattito prese la parola e disse: “Il protagonista del film Carlo, qui soffre un forte disagio, mentre vivesse in un villaggio Africano sarebbe considerato un saggio e tutti farebbero tesoro delle sue parole”.

 

L’Africa.

Fu così che il 9 novembre 1989 (guarda un po': il giorno della  caduta del Muro di Berlino) misi piede per la prima volta in Africa, in Niger, dove grazie a Paolo Giglio (amico di amici di Ivrea), oggi console italiano a Niamey, mi aspettava per un film istituzionale su un programma dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (B.I.T. di Ginevra).

Seguì, nel ‘90 il viaggio di preparazione, di un documentario che doveva prendere il titolo Niger, un sogno africano realizzato poi nel ’91, con la RAI e un coproduttore francese...  

grazie al quale conobbi due grandi saggi:
Abdou Moumouni, uomo straordinario, nero dagli occhi azzurri, grande esperto mondiale di energia solare che, deceduto qualche anno dopo, ha dato il suo nome all’Università di Niamey.
Moustapha Alassane, cineasta di Thaoua nel deserto che, avendo studiato il cinema di animazione di Norman McLaren in Canada, dipingeva grandi affreschi con carovane di cammelli che attraversavano la banchisa polare. Alassane mi mise la voglia di conoscere gli abitanti nomadi della banchisa: fu così che, nel ‘90, partii per il Québec e feci il mio primo viaggio in terra esquimese, anzi Inuit: perché imparai che la parola “esquimese” è un termine spregiativo, inventato dai vicini (un po' come “spaghetti” per gli italiani all’estero).

Tra il ‘90 e il ‘93 alternai viaggi in Niger e in Québec, realizzando brevi documentari per reti televisive francesi e preparando il terreno a un impegnativo documentario che avrei realizzato nel ‘94: Femmes du Sahel (52 min. anno 1994), con un buon budget, messo insieme grazie alla coproduzione di una società francese e dell’O.R.T.N., la televisione del Niger. In quell'occasione, alla gestione della Dream Film si aggregò l'amico di lunga data Sandro Signetto. L’anno precedente feci un lungo sopralluogo insieme a un regista della  O.R.T.N., di cui divenni amico, Souleymane Mahamane che avrebbe poi firmato il film come co-regista. Femmes du Sahel ebbe una diffusione TV di prestigio sulla rete France 3. 

Nel gennaio ‘96 dal Niger arrivò un brutto colpo, avvisaglia dei dolori che  accompagneranno il mio amore per l'Africa nei successivi vent'anni. Tutto era pronto per partire per i sopralluoghi del film “La charrette africaine”, un lungometraggio di finzione, di produzione francese, ma non saremmo partiti mai: ci fermò un colpo di Stato Militare.

 

Dagli Inuit agli Anishnabé.

I copioni africani tornarono nel cassetto ma intanto, già dal 1991, grazie alla frequentazione di Robert Lanari e Paule Lamarche della Société Makivik, profondi conoscitori del mondo degli autoctoni canadesi, e ad alcuni viaggi di sopralluogo nella Regione Nunavik (la regione abitata dagli Inuit che dal 1999 avrebbe poi acquisito autonomia rispetto al Québec) avevo cominciato a scrivere (ottenuto il fondo europeo “European Script Fund) la sceneggiatura ambientata in quelle terre, dove il gigante dell’energia Hydroquébec aveva realizzato una gigantesca Centrale idroelettrica sotterranea, causa di non poche frizioni con la popolazione autoctona della regione.

Feci quattro o cinque viaggi a Nunavik tra il ’92 e il ’97… Conobbi gli anziani scultori abili a lavorare la “pietra sapone” ed i giovani rockers, animatori della Radio Comunitaria. Conobbi Isaak, un cacciatore che mi portò in motoslitta a visitare i posti della caccia e della pesca e che, con gran dolore di tutta l’equipe, lasciò questo mondo proprio nel ’97. Conobbi Louise, insegnante di francese a Umiujaq, che mi aiutò a fare il “casting” tra i suoi allievi tra i quali il magnetico e talentuoso Noha. Venni a sapere del malessere del vivere vicino al polo magnetico che provoca “il cuore troppo pieno”… ciò che sicuramente sentì quel diciottenne che una sera (poco prima di uno dei miei viaggi) sparò all’impazzata dei colpi di fucile e poi diede fuoco alla scuola e alla cooperativa di Umiujaq, provocando quasi un milione di dollari di danni, come venni a sapere dal perito dell’assicurazione che viaggiava con me sull’aereo…

Nel ‘97, un grande sforzo produttivo diviso con il produttore francese Patrick Moine, il belga Pierre Levie e la Dream Film, alla cui equipe si aggiunse oltre a Signetto anche Roberto Gambacorta, mi permise di realizzare le riprese del film  Dancing North (99 min. anno 1998), girato prevalentemente nel villaggio di Umiujaq, raggiungibile soltanto per via aerea: tre ore di volo da Montréal, 40 minuti dalla gigantesca Centrale Idroelettrica presso Radisson, il villaggio costruito per ospitare i lavoratori della Centrale stessa.

Otto settimane di riprese e altrettante di preparazione nel piccolo villaggio Inuit di circa trecento abitanti, che diede ospitalità a una troupe che raggiunse, certi giorni, il numero di 40 persone. Arrivammo a fine inverno e terminammo le riprese a fine primavera, al momento del disgelo della banchisa. La temperatura media fu di -5°, con punte di -30°.
Non c’era ancora Internet e spendemmo un capitale in comunicazioni telefoniche e fax. Il volo regolare, gestito dalla Compagnia Air Inuit, faceva scalo al villaggio, nebbia permettendo, solo tre volte alla settimana. Per l’arrivo delle 3 tonnellate di materiale e i frequenti arrivi degli attori si fece ricorso al noleggio di aerei privati ed una volta anche di un elicottero che (con a bordo l’attrice Belga Sabrina Leurquin) andò in panne e si adagiò sulla neve a parecchi chilometri dal villaggio…
A Umiujaq c’era un solo albergo con ben tre camere: normale per far fronte ai brevi pernottamenti dell’abituale clientela di tecnici, commercianti e uomini d’affari. Pertanto, durante l’intera lavorazione del film, tutto il villaggio, quasi ogni famiglia si organizzò per allestire in ogni casa un eccezionale Bed and Breakfast. Non filò tutto liscio, logicamente… Comunque il disguido più grave fu quello che ci costrinse a girare l’intera prima settimana senza la prima attrice Inuit, partner dell’attore francese protagonista Frédéric Deban. La ragazza prescelta nel casting infatti, alla vigilia della sua prima scena, fu dissuasa formalmente dal fidanzato a partecipare al film. A nulla valsero i cordiali incontri, tutte le sere della prima settimana di riprese, che videro i tentativi miei, del direttore di produzione e di Deban, di convincere il fidanzato geloso… La soluzione fu, cominciando la seconda settimana, promuovere sul campo prima attrice Alice Kokiapik, la brava coach che già lavorava con noi per le traduzioni agli attori locali.

Il processo che mi portò a realizzare questo film era cominciato nel ‘90, fin dal mio primo viaggio a Nunavik, in occasione della realizzazione di alcuni brevi documentari. Il nomadismo degli Inuit fu per me elemento di grande fascino: nella loro tradizione si spostano per andare dove trovano cibo, invece di litigare e fare la guerra per disputarsi un fazzoletto di terra. In totale contraddizione con il senso del potere vigente in Occidente, gli Inuit aspirano, nella loro vita, al controllo del tempo piuttosto che a quello dello spazio.

Il mio lavoro e il mio incontro con gli Inuit fu facilitato dal fatto che ero italiano (neppure francese, come gli antenati dei Francocanadesi), ma un europeo che veniva da lontano, da un posto persino difficile da trovare sulla carta geografica. Non essere né francese, né Canadese mi rendeva immune dal far parte di un popolo che comunque, qualche secolo prima, se non qualche decennio prima, aveva vestito i panni del colonizzatore. Al contrario credo che abbia suscitato simpatia il mio essere un nomade che cerca l’occasione di fare il suo lavoro partendo per un paese lontano.

Anche i Francocanadesi hanno il complesso del rapporto con i nomadi autoctoni: che oscilla tra l'amore incondizionato di alcuni, e il brontolio permanente di altri:  - Sono dei fannulloni che manteniamo con le nostre tasse... -. Il bravo cineasta di Montréal Claude Demers, che venne ad Umiujaq per interpretare una piccola parte nel film, incontrato per caso a Roma anni dopo, mi disse: - Paolo, ti devo ringraziare, perché senza il tuo film non avrei mai conosciuto gli Inuit, i miei concittadini che tanti in Québec ignorano -. 

L'assidua frequentazione del Québec, che continuò negli anni successivi, mi mise in contatto con l'altro gruppo dei nativi americani: gli indiani, che vivono più a sud, come dicono loro, “al di sotto della linea degli alberi”. Gli indiani americani sono arrivati dall’Asia qualche millennio prima degli Inuit e si sono accomodati in terre meno fredde e meno ostili ma da qualche secolo devono, abitando queste terre, convivere in promiscuità con i "bianchi", cosa dalla quale  gli Inuit sono esentati. 

Dancing North uscì nel ‘98 nelle sale italiane e fece vari passaggi televisivi su Tele+. Nel ’99 uscì in Francia e in Canada, in particolare sulla rete televisiva degli autoctoni APTN. Invitato a molti festival (Canada, USA, Russia, Francia, Argentina ecc.) mi diede grandi soddisfazioni e l'occasione di partecipare a tanti interessanti dibattiti multiculturali.


La mia introduzione al mondo degli indiani Algonquin dell’Abitibi, gli Anishnabé, risale al Festival cinematografico di Rouyn Noranda, dove fu proiettato il mio “Dancing North” e dove tra gli spettatori c’era il Giudice Jean-Charles Coutu, di cui divenni amico, insignito del Premio della Giustizia del Québc nel 1993 e Ufficiale dell’Ordine del Québec nel 2011, grande conoscitore degli autoctoni e dell’amministrazione della giustizia nelle loro terre. Guy Lemire invece, un amministratore locale, mi presentò i capi indiani della regione Abitibi e mi fece conoscere Michel Noël, etnologo e scrittore di storie di indiani d’America. Mi portò anche a vedere il Pensionnat di Saint Marc de Figuery, teatro, negli anni ’50 ’60 e ’70, dell’educazione forzata dei figli degli autoctoni da parte del Governo e affidata a ordini religiosi, col corollario di innumerevoli abusi sessuali. In quella location potei filmare varie scene del mio documentario. I ruderi del Pensionnat  erano una prova vivente della rabbia dei nativi, un “commando” dei quali, nottetempo, dopo la sua dismissione e prima che fosse ufficialmente raso al suolo dalle autorità, lo aveva sventrato e incendiato.

Quelle nuove frequentazioni resero relativamente facile, dopo soli due anni, la realizzazione di un documentario di elevato budget: una coproduzione italo franco canadese, avente per produttore principale il francese Michel Gauriat e come italiano il bravo Roberto Buttafarro (che, di lì a qualche anno, avrebbe prodotto il mitico “Santa Maradona”), nonché il canadese Paul Cadieux... 

Les Tambours d’Abitibi (52 min. anno 2000), per esigenze di clima, fu girato in due momenti diversi a novembre e a giugno. Fece vari passaggi TV su France 5 ed anche Odyssée in Francia (anni 2000 e 2002), su APTN in Canada, e fu invitato a vari festival in Canada e in Francia.

 

2000, gli anni digitali.

A partire dal 2000 cominciò, con la diffusione della tecnologia digitale, una rivoluzione nel modo di produrre e soprattutto di distribuire i film. Qualche anno più tardi si impose anche la diffusione del WEB che influì ancora di più sulla produzione di documentari per la TV, destabilizzando tutto il settore. Non fu semplice adattarsi a queste nuove condizioni. L’abbassamento drastico dei costi di realizzazione rese più facile produrre dei documentari, ma divenne difficile diffonderli.

Nel 2001 Rean Mazzone, già produttore di Ciprì e Maresco, entrò a far parte dell’équipe di Dream Film mentre Signetto l’aveva lasciata per dirigere l’Antenna Media di Torino. Grazie allo statuto francese di lavoratore intermittant du spectacle potei frequentare un super corso di montaggio in Final Cut. Con le telecamere digitali e un buon computer Apple, diventammo tutti dei filmmakers. Il divertimento, l’autonomia, la creazione crebbero, i guadagni precipitarono. Con le mie frequentazioni parigine mi interessai al caso di Cesare Battisti, uno dei “rifugiati” italiani, condannato in contumacia a due ergastoli per fatti di lotta armata negli anni di piombo, vissuto a Parigi negli anni ’90 senza nascondersi, protetto dal patto mai dichiarato tra Italia e Francia della cosiddetta dottrina Mitterand, e divenuto apprezzato scrittore di romanzi. Realizzai, tra il 2002 e il 2004, in totale autonomia Senza Rotta (52 min. 2005), un suo ritratto, anche perché in quegli anni, cominciando ad andare al mare in provincia di Latina, avevo conosciuto la sua famiglia nonché gli amici, e i nemici, di lotta politica di quando aveva vent'anni.

Nel 2005 realizzai Lotte Pontine (67 min. anno 2005), film girato da un’idea di Lia Lepri e Salvatore D’Incertopadre e prodotto dalla Camera del Lavoro di Latina, dedicato alla storia di 60 anni di lotte per il lavoro nella provincia pontina.

 

Nel 2006 guardai nuovamente all'Africa con la realizzazione di “Le Bon Elève” (55 min. anno 2006), nato dal lavoro di ricerca di Ugo Mattei, docente del Dipartimento di Economia dell’Università di Torino, in collaborazione con Elisabetta Grande e Luca Pes, che fu invitato a vari Festival in Francia e in Italia e fu editato in DVD in Francia. Girato in Mali, è dedicato alla politica sciagurata di: Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e potenze occidentali nei confronti dei paesi sub sahariani con l’economia strozzata dai debiti…

Intanto a Parigi incontravo il noto romanziere Erik Orsenna, Accademico di Francia, che aveva appena dato alle stampe Madame Bâ, 400.000 copie vendute: un affresco di storia del Mali della seconda metà del 900, avente per protagonista una madre coraggio africana. Riuscii anche a convincere un produttore francese a prendere l’opzione sui diritti del romanzo. Cominciai a scrivere la sceneggiatura ed a fare sopralluoghi. La Dream Film ottenne per questo un finanziamento europeo.

Negli intervalli del lavoro su Madame Bâ, in Italia, facevo lunghe passeggiate al mare sulla spiaggia di Sabaudia. Durante una di queste, al tramonto, incontrai un vecchio che guardava il mare: Bepi Dalla Valle, nato nel vicentino, classe 1921. “Il mare era nero di navi, il giorno dello sbarco degli Americani…”, mi disse per attaccare discorso… Smise di parlare molti mesi più tardi, dopo avermi raccontato la sua vita di colono della bonifica pontina degli anni ’30. Così realizzai, a spizzichi e bocconi, La Memoria di Bepi (55 min.) ultimato nel 2009.

Successivamente, sulla falsariga di questa esperienza, con alcuni altri professionisti, lavorai alla creazione del Laboratorio AMEMORIADUOMO (www.amemoriaduomo.com) realizzando, nell’ambito del collettivo, alcuni film brevi, dedicati alla raccolta di memorie di anziani abitanti della provincia pontina.

Negli anni 2008-2010, con l’aiuto di Piemonte Doc Film Fund, tornando al gradito tema della follia, ed alle Comunità Alloggio di Torino dopo quasi 30 anni, ho realizzato il documentario La Distanza (62 min. anno 2010).

Nel 2012, la notizia del colpo di stato in Mali (a cui sarebbe seguito l’intervento militare francese) rese chiaro quello che si paventava già da tempo: dopo più di tre anni di lavoro di scrittura e di frequenti contatti con l'autore dovemmo  abbandonare il progetto Madame Bâ perché il Mali era nel frattempo diventato, e resta, zona sconsigliata alle missioni di occidentali.

Lo stesso dovemmo fare per Brousse on Line, un documentario dedicato al tema dell’impatto dell’uso di Internet e della telefonia mobile sull’economia e la vita quotidiana dei villaggi nella savana. Lo avevo scritto e messo in cantiere con una coproduzione francese, approfittando dei frequenti viaggi in Mali e dell’aiuto sul posto di Moustapha Diallo, trentenne regista maliano autodidatta, molto bravo, che in anni più recenti ha poi realizzato alcuni premiati documentari. 

Tutti i progetti africani ora sono in fase di stallo.
Ripenso, con grande amarezza, ai miei 25 anni di esperienza in Africa in cui ho visto un costante peggioramento delle condizioni di vita degli africani e un deterioramento dei rapporti politici tra Nord e Sud del mondo. Nei miei viaggi del ’90-‘91 in Niger si noleggiava un'auto, anche senza autista (imprudenza…) e si attraversava il paese, magari anche di notte, senza sentirsi in pericolo. A quell'epoca uno degli esercizi commerciali assai diffuso era il trasferimento di auto usate europee dalla sponda del Mediterraneo ai paesi sub sahariani attraverso l’Algeria. Da anni cosa divenuta impensabile. È vero che già nel ’95, il colpo di Stato mi impose di rinunciare al viaggio in Niger e le tensioni tra i Touareg e il governo rendevano prudente non spingersi nel nord, ma restava possibile visitare, viaggiare e fare attività di cooperazione in quei paesi. Invece dalla seconda metà del primo decennio dopo il 2000, dal consolidarsi della lotta al terrorismo internazionale e dalla crescita e diffusione di Al Qaeda, la situazione si è deteriorata irrimediabilmente.
La Parigi-Dakar, per ragioni di sicurezza, di anno in anno cambiava il suo percorso, fino a lasciare l’Africa nel 2009 per sostituirla con l’America Latina…
Nel gennaio 2011 due giovani cooperanti francesi venivano rapiti in pieno centro di Niamey, in un ristorante in cui capitava di andare tranquillamente a cena… con susseguente strage di rapitori e rapiti nel conflitto a fuoco tra mezzi in fuga ed elicotteri francesi…
Nel 2012: altri rapimenti in Niger e in Mali. Un commando che attacca la caserma di Agadez! L'invasione di più della metà del Mali, da parte dei gruppi ribelli Tuareg, armati delle ex armi di Gheddafi, che provoca l’intervento militare francese…
Altro che mal d’Africa!

Dal 2011 ho ottenuto un finanziamento Media (Unione Europea) e lavoro alla sceneggiatura (con l’aiuto di Michel Noël, amico dai tempi di Dancing North) nonché allo sviluppo del progetto di lungometraggio Le Pardon, da girare nelle Riserve degli Anishnabé, dove nel 2000 avevo girato Les Tambours d’Abitibi.

Negli intervalli di tempo realizzo con una handycam brevi clip aventi per  protagonisti i miei gatti della casa di campagna, e li metto sul mio Canale You Tube, come puntate della serie Paw to Paw cioè Zampa a zampa.


                          
                              P.S.
Il lettore si sarà accorto che questo testo subisce una drastica censura. Se sono citati gli incontri con amici e varie relazioni professionali, ho omesso qualsiasi cenno agli incontri e le relazioni d’amore che hanno segnato la mia vita e che ritengo del tutto intimi e non suscettibili di esibizione. Ciò non significa che tali incontri e le relazioni con le compagne della mia vita non si siano intrecciati ed abbiano nutrito il percorso che racconto in questo testo. Lascio pertanto al lettore l’esercizio di immaginare che alle tappe di questo percorso si siano accompagnati i miei amori.